Il mestiere delle armi

Recensioni di libri

di Michele Foschini


Viene da chiedersi, ascoltando recitare quello che Bryan Singer ha definito «Il miglior imitatore britannico di un americano», quanto di Hugh Laurie ci sia nel personaggio che interpreta per il piccolo schermo, il dottor Gregory House.

La risposta, ora lo so, è: Almeno quanto ce n’è in Thomas Lang, il protagonista del suo romanzo d’esordio, Il venditore di armi (Marsilio).

Lang è un mercenario scozzese che ha pagato cara la libertà dall’esercito britannico: ora che non ha padroni, anche i clienti sembrano evitarlo come la peste. Dopo aver messo alla prova la sua moralità, qualcuno gli offre un lavoro, ma è una rogna colossale, una missione contro i mulini a vento e poteri così forti da essere, come nei più collaudati scenari da teoria del complotto, virtualmente invisibili, sebbene onnipotenti. Circondato da personaggi con gradi variabili di cattiveria e da un riluttante contraltare involontariamente comico, più Venerdì di Crusoe che Watson di Holmes, Lang, che è un uomo con un grado costante di cocciuta stupidità, pur avendo dalla sua una palese appartenenza al granitico archetipo dell’eroe, subisce la trama del romanzo prima ancora che essa si appalesi al lettore. Eppure, mai si ha la sensazione che Laurie non sappia dove sta per andare a parare. La lettura è rapida, scorrevole, in crescente discesa: arrivati a metà, non ci si potrebbe fermare neanche volendo.

Tradotto con competenza teutonica da Vittorio Curtoni, Il venditore di armi è infinitamente superiore alle premesse da pulp novel dei giorni nostri alluse dalla dozzinale copertina (ma rifatevi gli occhi con la foto in IV di copertina, che dev’essere costata più di un mese dello stipendio del grafico), ed è addirittura Maiuscolo se paragonato a qualsiasi prova letteraria partorita dalle celebrità televisive dell’ultimo ventennio. Laurie confeziona la storia quintessenziale di un superuomo di massa che ammicca a Bond ma se ne fa beffe, un travet dell’avventura che desidera più di ogni altra cosa che il mondo smetta di interessarsi a lui e che sembra governato da un fantomatico Quarto Principio della Termodinamica che postula: In uno scontro diretto tra Thomas Lang e l’universo, Lang ha ragione e l’universo ha torto.

Solo che nessuno ha avvisato l’universo.

Datato nella scelta della minaccia che incombe sul cast e sul mondo che lo circonda, il romanzo è stato scritto in tempi non sospetti, una decina d’anni fa, quando Laurie stava compiendo la transizione da comico televisivo nella terra d’Albione ad attore poliedrico e potenzialmente drammatico a Hollywood. Insomma, quando aveva voglia di dimostrare (anche a se stesso, il romanzo è chiaramente stato scritto per il piacere di farlo, non su commissione) di poter essere serio. Solo che Lang/Laurie non riesce mai ad essere serio del tutto, e in una vita narrata in tre atti come in tutti i blockbuster d’azione, per i primi due terzi della storia quel gigioneggiare gli costa il biasimo dei personaggi di contorno e dei lettori, ma nel finale è quella stessa capacità di essere lieve e di pensare lateralmente che salva l’eroe, la trama, la stima di chi scrive nei confronti dello scrittore e, se proprio vogliamo dirla tutta, il mondo.



Friday, 26 October @ 09:29:04 CEST

 

 

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